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Colpiti dalla crisi i giovani e le donne

August 16, 2010 by fedescata No Comments »

Articolo tratto dalla rivista “Come” della Confesercenti di Prato.

In aumento la pressione fiscale. Una ripresa lenta con famiglie sempre più in difficoltà

Che Italia sarà quella che uscirà dalla crisi? Come si ricomporrà il quadro economico, produttivo e sociale? Più che una fotografia dell’Italia, uno scenario di guerra. Un Paese che invecchia e che costringe due milioni di giovani a vivere da “bamboccioni”. Un paese che guarda alla ripresa economica ma che nei fatti vive con meno occupati, meno redditi, meno consumi. É questa l’immagine che fornisce l’Istat nel suo Rapporto annuale. Cresce la disoccupazione, nuove sacche di povertà, precari, anziani; sempre meno giovani e donne inserite nel mondo del lavoro, meno potere l’acquisto per le famiglie, meno bambini e meno laureati. PMI ed export dice il presidente dell’Istat Enrico Giovanni, danno nei primi mesi del 2010 segni di “recupero di vatalità”. Ma in questi due anni di recessione abbiamo perso il 6,3% di PIL. La “ripresa” se mai si consoliderà sarà con meno occupati, meno redditi. Il che significa meno soldi in circolazione, meno consumi per le famiglie, ancora difficoltà per le nostre imprese.

Disoccupazione giovanile tripla rispetto al totale

Il modo giovanile in Italia resta il più penalizzato dal punto di vista del lavoro. Lo Scorso anno, riferisce l’Istituto italiano di statistica, “il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4%) è più del triplo di quello totale (7,8%) de più elevato di quello europeo (19,8%). Il tasso di occupazione italiano è inferiore a quello dell’Ue(7,8 contro 8,9%), ma spiega l’Istat, “si associa tuttavia a un tasso di inattività più alto e in crescita (37,6 contro 28,9%). Le differenze di genere continuano a essere elevate (uomini: 6,8%; donne: 9,3%). Per il secondo anno consecutivo aumentano i disoccupati (15%, paria 253 mila unità), che giungono a quasi due milioni e risultano ancora in crescita nei primi tre mesi del 2010. La crescita della disoccupazione riguarda soprattutto il Nord (37%) e il Centro (18,9%), mentre è limitata nel Mezzogiorno (1,4%), sebbene circa metà delle persone in cerca di occupazione risieda proprio nelle regioni meridionali”. Quasi il 90% dell’aumento di disoccupati nel 2009, sottolinea l’Istat, è dovuto a persone che hanno perso il posto di lavoro e gli ex occupati rappresentano nel complesso metà dell’intera platea dei disocupati.

Oltre 2 milioni di giovani ne studiano ne lavorano.

Tra i giovani che hanno perso il lavoro, a risentirne di più sono quelli che vivono ancora in famiglia e sono impegnati in lavori precari e con bassi profili professionali. “La fase ciclica negativa -sottolinea l’Istat – ha avuto un forte impatto sulla popolazione giovanile determinando una significativa flessione degli occupati 18-29enni (300 mila in meno rispetto al 2008, il 79% del calo complessivo dell’occupazione). Una parte significativa di questa caduta riguarda il lavoro atipico (-110 mila unità). Si è inoltre creato un allargamento dell’area dei giovani non impegnati né in un lavoro né in un percorso di studi. Sono oltre 2 milioni. Per questo, l’Italia ha primato europeo. Hanno un’età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione.

Le donne più colpite dalla crisi

In Italia “il tasso di occupazione delle donne tra 15 e i 64 anni è sceso nel 2009al 46,4%. Siamo al penultimo gradino in Europa”. Nel Rapporto dell’Istat si legge inoltre che “Le persistenti differenze che si incontrano tra l’Italia e l’Ue possono essere spiegate anche dai differenti livelli del tasso di occupazione, delle donne con basso titolo di studio:nel 2009 in Italia soltanto il 28,7% delle donne con la licenza media ha un’occupazione, contro il 37,7% dell’Ue”. Nel nostro paese solo le laureate riescono a raggiungere i livelli europei, escludendo però le neolaureate, “che presentano difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro”. Le donne in coppia e con figli di difficoltà si accentuano:  considerando le 25-54enni e assumendo come base le donne senza figli – spiega l’Istat -, la distanza nei tassi di occupazione è di quattro punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle di tre o più figli.

Famiglie in difficoltà. Aumentano quelle indebitate

La crisi economica ha colpito pesantemente le le famiglie italiane. Far fronte a un’emergenza economica diventa sempre più difficile e quelle che hanno contratto un debito sono aumentate. “Tra il 2008 e il 2009 crescono le famiglie indifese nel far fronte a spese impreviste (dal 32 al 33,4% in media)”. Aumentano anche le famiglie “in arretrato col pagamento di debiti divertirsi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,4%). Pur tuttavia le famiglie le imprese non finanziare sono in una posizione di netto vantaggio rispetto agli altri paesi europei per quanto riguarda l’esposizione debitoria che è di oltre 30 punti percentuali inferiore alla media Ue in rapporto al Pil. Migliore risulta anche la situazione finanziaria delle famiglie italiane rispetto alla Ue, con una ricchezza netta pari a circa il doppio del Pil, meglio del Regno Unito e dei Paesi Bassi.

In aumento la pressione fiscale

La pressione fiscale in Italia è salita al 43,2% aumentando di tre decimi di punto rispetto all’anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l’anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). “Caso unico” tra le grandi economie, sottolinea l’istituto nazionale di statistica, nel bel Paese risultano in forte crescita le imposte in conto capitale (per quasi 12 miliardi di euro), sospinte da circa 5 miliardi di euro per il cosiddetto “scudo fiscale” e dal versamento una tantum per l’imposta sostitutiva di alcuni tributi. È invece calato del 4,2% il gettito delle imposte indirette (già diminuito del 4,9% nel 2008), del 7,1% quellodelle imposte dirette e dello 0,5% quello dei contributi sociali effettivi.

L’Italia un Paese che invecchia

E’ il secondo paese più anziano in Europa dopo la Germania. Secondo l’Istat nell’arco dei prossimi quarant’anni la speranza di vita per gli uomini potrebbe aumentare fino a superare gli 84 anni, per le donne gli 89 mentre il numero dei giovani fino a 14 anni potrebbe ridursi a 7,9 milioni, pari al 12,9 per cento della popolazione. Gli indicatori strutturali e di carico demografico, stimati per l’anno preso in considerazione, confermano, “un quadro di forte invecchiamento della popolazione residente” (le persone di 65 anni e più rappresentato il 20,2% della popolazione); una crescita complessiva della popolazione del 5,7 per mille (si superano i 60 anni milioni di residenti solo grazie all’opporto della popolazione straniera) ed un livello di fecondità (numero medio di figli per donna pari a 1,41) che, seppur in ripresa dagli anni novanta, ancora non consente di mantenere almeno costante la cosistenza demografica . Forte è lo squilibrio generazionale: il rapporto di dipendenza tra le persone in età inattiva (0-14 anni e 65 anni e più) e la popolazione che “teoricamente” si fa carico di sostenerle economicamente (15-64 anni) è passato dal 48 al 52 per cento in dieci anni, causa del peso crescente delle persone anziane ( da 27 ogni 100 in età attiva nel 2000 a 31 nel 2009).

La formazione, un capitolo pieno carenze

Non si riesce ad incidere nell’inclusione sociale; sul conseguimento dei titoli superiori cintinua a pesare una “forte disuguaglianza” legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti. Ciò – ritiene l’Istat – blocca la mobilità sociale. Un esempio. Nel periodo 2004-2009 la quota di lavoratori diplomati passa dal 44,5% al 46,6% e quella dei laureati dal 14% al 17,2% ma “l’incidenza delle professioni qualificati e tecniche rimane sostanzialmente stabile acuendo il divario fra domanda ed offerta di lavoro degli occupati (72,4%) svolgono una professione adeguata al livello d’istruzione degli italiani sono “critici”. Nel 2009, circa il 10% ha solo la licenza elementare o nessun titolo, il 36,6% la licenza media, il 40% il diploma e il 12,8% la laurea. Il 7,7% degli iscritti alle scuole superiori nel 2008-2009 ha ripetuto l’anno; il 12,2% degli iscritti al primo anno abbandona il percorso di studi, il 3,4% lascia al secondo anno. Nel Mezzogiorno sono del 14,1% e 3,8%.

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L’Europa ci aiuta o complica la vita?

August 11, 2010 by fedescata No Comments »

Articolo tratto dal bimensile della Confesercenti “Come”

La direttiva sui servizi, altrimenti detta Bolkestein, dal nome del commissario olandese che l’ha partorita, e l’iniziativa Small Business Act, sono state al centro di un interessante riflessione promossa da Confesercenti Firenze. Come spesso accade tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare di tutte le buone intenzioni con cui gli strateghi europei erano partiti, oggi rimangono una montagna di guai per la piccola e media impresa italiana, e per quanto ci riguarda, toscana. Come si dice, le premesse erano favorevoli. Chi non è d’accordo per evolvere verso politiche attive per la piccola media impresa, per una riduzione del carico fiscale, per lo snellimento dell’iter e dell’oppressione burocratica, dello sviluppo del “pensare in piccolo”, di forme migliori di accesso al credito, di crescita, dell’internazionalizzazione? Tutti, naturalmente. Cosi come tutti sono favorevoli a immaginare un unico contratto di lavoro che coordini tutta quanta la piccola e micro impressa, oppure a favorire l’accesso effettivo ai finanziamenti comunitari e agli aiuti di Stato. E a regolare e proteggere le risorse limitate delle nazioni. Poi però quando si arriva a tirare su la rete, tra norme europee, nazionali e regionali ci si accorge di aver pescato pesci di dubbia qualità. Qualche esempio fatto dal Presidente della Confesercenti fiorentina ci ha fatto riflettere, alla fine agli agenti e rappresentanti di commercio vengono aboliti ruoli ed albi, ma una deroga italiana determinata un difficile accesso alla professione, nei pubblici esercizi, già sostanziosamente liberalizzati, si sostiene la possibilità di governare l’espansione e la proliferazione “solo” nei centri storici; ci sono problemi immani sugli stabilimenti balneari che- da qui al 2015- si vedranno requisire tutti gli investimenti fatti e pagati in decenni di attività; fino ai parrucchieri e ad una serie di profili dell’artigianato anch’essi nel mirino. Tanto da far avanzare qualche sospetto, il primo è che anche nel commercio ambulante si voglia fare quello che è già successo nel commercio tradizionale, ovvero con la scusa della modernità concentrare in poche mani licenze e quote di mercato. Il responsabile nazionale del sindacato dei cosiddetti “ambulanti” ha dato qualche cifra su cui riflettere. I mercanti su aree pubbliche significano in Italia 170 mila imprese, il 17% del totale di quelle non alimentari e l’11%di quelle alimentari, con circa mezzo milione di occupati, compreso i mercati coperti, due quelli di Firenze, 143 quelli di Roma, per esempio. Per regolare la presenza sui mercati abbiamo la possibilità di inserire o confermare alcuni limiti? Quello di non avere più di 2 licenze nello stesso mercato, quello del rilascio del rilascio della licenza presso la residenza, quello dell’esclusione di un certo tipo di società che possono massificare l’offerta? Oppure potremmo arrivare a aste dove un solo soggetto prende TUTTE le licenze del mercato, con tanti saluti a tutti i discorsi che si sentono a Bruxelles? Davvero pensiamo che semplificare significhi trasferire la responsabilità dalle autorità pubbliche di controllo al singolo che dichiara di essere in regola? E se un operatore apre un albergo dichiarando di essere in regola e poi non lo è che facciamo? Si fa chiudere? O cominciamo a ridere?

Gli eurocrati di Bruxelles hanno già pesantemente colpito il comparto agroalimentare italiano e, quindi, toscano: olive sconosciute che diventano olio toscano non appena toccano il frantoio, neanche fossimo a Cana, oppure le vicende che hanno riguardato la produzione di miele, del cioccolato fatto “anche” con il cacao, per non dire della pasta o del parmesan o di tante decisioni che di fatto consentono la produzione di generi alimentari “non veri”. Una politica dell’etichettatura e della informazione sul prodotto: dove è stato fatto, da dove viene, per esempio, poteva aiutare. Posso sapere se la pesca che mangio è la “regina” di Londra o sudamerica? Niente. Decisioni Che privilegiano la grande e grandissima impresa, meglio se multinazionale, violentando la tipicità regionale.

E anche questa direttiva, partita chissà con quali ambizioni, si sta scaricando solo sulla piccola impressa e sul commercio e turismo, e qualche settore artigiano, infatti trasporti e professioni sono stati stralciati. Il Presidente di Ancestor, l’associazione che raccoglie gli operatori dei centri storici, lo ha sottolineato con forza, anche in Europa oltre il 90% delle aziende è rappresentato dalla micro, ci sono oltre 15 milioni di imprese, con una capacità pari ad oltre il 60% del PIL.

E qui si dovrebbe aprire una riflessione sul modo con cui l’Italia affronta i temi dell’Europa, non da ora, con la superficialità dei provinciali che snobbano una situazione sempre più importante per la vita dei cittadini. Una disattenzione che si è tradotta in uno scarso peso politico, in una latitanza nelle scelte della struttura, delle direzione guidate da uomini che rappresentano le nazioni più importanti che hanno da tempo investito sulla Commissione. La trasformazione della struttura UE ha peggiorato la situazione, non c’è più l’unità commercio italiano. Con i risultati che si vedono.

Infatti l’ex sindaco di Firenze e parlamentare europeo Leonardo Domenici ha colto di problema di fondo: è necessario recuperare un costante rapporto informativo e di scambio del sistema della rappresentanza con la struttura europea, perché quest’ultima non rischi di essere avulsa dalla realtà e fare sulla carta costruzione negative per le economie regionale, che può ricavare uno spazio di manovra a tutela del proprio interesse.

Ecco questo potrebbe essere un bel tema per la neonata “super” associazione “RE.TE imprese Italia” che ha messo insieme il mondo del commercio, turismo, artigianato, servizi, piccola impresa. Ci impegniamo a portarlo sul tavolo.

www.mayhemproject.biz