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L’Europa ci aiuta o complica la vita?

August 11, 2010 by fedescata No Comments »

Articolo tratto dal bimensile della Confesercenti “Come”

La direttiva sui servizi, altrimenti detta Bolkestein, dal nome del commissario olandese che l’ha partorita, e l’iniziativa Small Business Act, sono state al centro di un interessante riflessione promossa da Confesercenti Firenze. Come spesso accade tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare di tutte le buone intenzioni con cui gli strateghi europei erano partiti, oggi rimangono una montagna di guai per la piccola e media impresa italiana, e per quanto ci riguarda, toscana. Come si dice, le premesse erano favorevoli. Chi non è d’accordo per evolvere verso politiche attive per la piccola media impresa, per una riduzione del carico fiscale, per lo snellimento dell’iter e dell’oppressione burocratica, dello sviluppo del “pensare in piccolo”, di forme migliori di accesso al credito, di crescita, dell’internazionalizzazione? Tutti, naturalmente. Cosi come tutti sono favorevoli a immaginare un unico contratto di lavoro che coordini tutta quanta la piccola e micro impressa, oppure a favorire l’accesso effettivo ai finanziamenti comunitari e agli aiuti di Stato. E a regolare e proteggere le risorse limitate delle nazioni. Poi però quando si arriva a tirare su la rete, tra norme europee, nazionali e regionali ci si accorge di aver pescato pesci di dubbia qualità. Qualche esempio fatto dal Presidente della Confesercenti fiorentina ci ha fatto riflettere, alla fine agli agenti e rappresentanti di commercio vengono aboliti ruoli ed albi, ma una deroga italiana determinata un difficile accesso alla professione, nei pubblici esercizi, già sostanziosamente liberalizzati, si sostiene la possibilità di governare l’espansione e la proliferazione “solo” nei centri storici; ci sono problemi immani sugli stabilimenti balneari che- da qui al 2015- si vedranno requisire tutti gli investimenti fatti e pagati in decenni di attività; fino ai parrucchieri e ad una serie di profili dell’artigianato anch’essi nel mirino. Tanto da far avanzare qualche sospetto, il primo è che anche nel commercio ambulante si voglia fare quello che è già successo nel commercio tradizionale, ovvero con la scusa della modernità concentrare in poche mani licenze e quote di mercato. Il responsabile nazionale del sindacato dei cosiddetti “ambulanti” ha dato qualche cifra su cui riflettere. I mercanti su aree pubbliche significano in Italia 170 mila imprese, il 17% del totale di quelle non alimentari e l’11%di quelle alimentari, con circa mezzo milione di occupati, compreso i mercati coperti, due quelli di Firenze, 143 quelli di Roma, per esempio. Per regolare la presenza sui mercati abbiamo la possibilità di inserire o confermare alcuni limiti? Quello di non avere più di 2 licenze nello stesso mercato, quello del rilascio del rilascio della licenza presso la residenza, quello dell’esclusione di un certo tipo di società che possono massificare l’offerta? Oppure potremmo arrivare a aste dove un solo soggetto prende TUTTE le licenze del mercato, con tanti saluti a tutti i discorsi che si sentono a Bruxelles? Davvero pensiamo che semplificare significhi trasferire la responsabilità dalle autorità pubbliche di controllo al singolo che dichiara di essere in regola? E se un operatore apre un albergo dichiarando di essere in regola e poi non lo è che facciamo? Si fa chiudere? O cominciamo a ridere?

Gli eurocrati di Bruxelles hanno già pesantemente colpito il comparto agroalimentare italiano e, quindi, toscano: olive sconosciute che diventano olio toscano non appena toccano il frantoio, neanche fossimo a Cana, oppure le vicende che hanno riguardato la produzione di miele, del cioccolato fatto “anche” con il cacao, per non dire della pasta o del parmesan o di tante decisioni che di fatto consentono la produzione di generi alimentari “non veri”. Una politica dell’etichettatura e della informazione sul prodotto: dove è stato fatto, da dove viene, per esempio, poteva aiutare. Posso sapere se la pesca che mangio è la “regina” di Londra o sudamerica? Niente. Decisioni Che privilegiano la grande e grandissima impresa, meglio se multinazionale, violentando la tipicità regionale.

E anche questa direttiva, partita chissà con quali ambizioni, si sta scaricando solo sulla piccola impressa e sul commercio e turismo, e qualche settore artigiano, infatti trasporti e professioni sono stati stralciati. Il Presidente di Ancestor, l’associazione che raccoglie gli operatori dei centri storici, lo ha sottolineato con forza, anche in Europa oltre il 90% delle aziende è rappresentato dalla micro, ci sono oltre 15 milioni di imprese, con una capacità pari ad oltre il 60% del PIL.

E qui si dovrebbe aprire una riflessione sul modo con cui l’Italia affronta i temi dell’Europa, non da ora, con la superficialità dei provinciali che snobbano una situazione sempre più importante per la vita dei cittadini. Una disattenzione che si è tradotta in uno scarso peso politico, in una latitanza nelle scelte della struttura, delle direzione guidate da uomini che rappresentano le nazioni più importanti che hanno da tempo investito sulla Commissione. La trasformazione della struttura UE ha peggiorato la situazione, non c’è più l’unità commercio italiano. Con i risultati che si vedono.

Infatti l’ex sindaco di Firenze e parlamentare europeo Leonardo Domenici ha colto di problema di fondo: è necessario recuperare un costante rapporto informativo e di scambio del sistema della rappresentanza con la struttura europea, perché quest’ultima non rischi di essere avulsa dalla realtà e fare sulla carta costruzione negative per le economie regionale, che può ricavare uno spazio di manovra a tutela del proprio interesse.

Ecco questo potrebbe essere un bel tema per la neonata “super” associazione “RE.TE imprese Italia” che ha messo insieme il mondo del commercio, turismo, artigianato, servizi, piccola impresa. Ci impegniamo a portarlo sul tavolo.

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