Colpiti dalla crisi i giovani e le donne
Articolo tratto dalla rivista “Come” della Confesercenti di Prato.
In aumento la pressione fiscale. Una ripresa lenta con famiglie sempre più in difficoltà
Che Italia sarà quella che uscirà dalla crisi? Come si ricomporrà il quadro economico, produttivo e sociale? Più che una fotografia dell’Italia, uno scenario di guerra. Un Paese che invecchia e che costringe due milioni di giovani a vivere da “bamboccioni”. Un paese che guarda alla ripresa economica ma che nei fatti vive con meno occupati, meno redditi, meno consumi. É questa l’immagine che fornisce l’Istat nel suo Rapporto annuale. Cresce la disoccupazione, nuove sacche di povertà, precari, anziani; sempre meno giovani e donne inserite nel mondo del lavoro, meno potere l’acquisto per le famiglie, meno bambini e meno laureati. PMI ed export dice il presidente dell’Istat Enrico Giovanni, danno nei primi mesi del 2010 segni di “recupero di vatalità”. Ma in questi due anni di recessione abbiamo perso il 6,3% di PIL. La “ripresa” se mai si consoliderà sarà con meno occupati, meno redditi. Il che significa meno soldi in circolazione, meno consumi per le famiglie, ancora difficoltà per le nostre imprese.
Disoccupazione giovanile tripla rispetto al totale
Il modo giovanile in Italia resta il più penalizzato dal punto di vista del lavoro. Lo Scorso anno, riferisce l’Istituto italiano di statistica, “il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4%) è più del triplo di quello totale (7,8%) de più elevato di quello europeo (19,8%). Il tasso di occupazione italiano è inferiore a quello dell’Ue(7,8 contro 8,9%), ma spiega l’Istat, “si associa tuttavia a un tasso di inattività più alto e in crescita (37,6 contro 28,9%). Le differenze di genere continuano a essere elevate (uomini: 6,8%; donne: 9,3%). Per il secondo anno consecutivo aumentano i disoccupati (15%, paria 253 mila unità), che giungono a quasi due milioni e risultano ancora in crescita nei primi tre mesi del 2010. La crescita della disoccupazione riguarda soprattutto il Nord (37%) e il Centro (18,9%), mentre è limitata nel Mezzogiorno (1,4%), sebbene circa metà delle persone in cerca di occupazione risieda proprio nelle regioni meridionali”. Quasi il 90% dell’aumento di disoccupati nel 2009, sottolinea l’Istat, è dovuto a persone che hanno perso il posto di lavoro e gli ex occupati rappresentano nel complesso metà dell’intera platea dei disocupati.
Oltre 2 milioni di giovani ne studiano ne lavorano.
Tra i giovani che hanno perso il lavoro, a risentirne di più sono quelli che vivono ancora in famiglia e sono impegnati in lavori precari e con bassi profili professionali. “La fase ciclica negativa -sottolinea l’Istat – ha avuto un forte impatto sulla popolazione giovanile determinando una significativa flessione degli occupati 18-29enni (300 mila in meno rispetto al 2008, il 79% del calo complessivo dell’occupazione). Una parte significativa di questa caduta riguarda il lavoro atipico (-110 mila unità). Si è inoltre creato un allargamento dell’area dei giovani non impegnati né in un lavoro né in un percorso di studi. Sono oltre 2 milioni. Per questo, l’Italia ha primato europeo. Hanno un’età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione.
Le donne più colpite dalla crisi
In Italia “il tasso di occupazione delle donne tra 15 e i 64 anni è sceso nel 2009al 46,4%. Siamo al penultimo gradino in Europa”. Nel Rapporto dell’Istat si legge inoltre che “Le persistenti differenze che si incontrano tra l’Italia e l’Ue possono essere spiegate anche dai differenti livelli del tasso di occupazione, delle donne con basso titolo di studio:nel 2009 in Italia soltanto il 28,7% delle donne con la licenza media ha un’occupazione, contro il 37,7% dell’Ue”. Nel nostro paese solo le laureate riescono a raggiungere i livelli europei, escludendo però le neolaureate, “che presentano difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro”. Le donne in coppia e con figli di difficoltà si accentuano: considerando le 25-54enni e assumendo come base le donne senza figli – spiega l’Istat -, la distanza nei tassi di occupazione è di quattro punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle di tre o più figli.
Famiglie in difficoltà. Aumentano quelle indebitate
La crisi economica ha colpito pesantemente le le famiglie italiane. Far fronte a un’emergenza economica diventa sempre più difficile e quelle che hanno contratto un debito sono aumentate. “Tra il 2008 e il 2009 crescono le famiglie indifese nel far fronte a spese impreviste (dal 32 al 33,4% in media)”. Aumentano anche le famiglie “in arretrato col pagamento di debiti divertirsi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6% di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,4%). Pur tuttavia le famiglie le imprese non finanziare sono in una posizione di netto vantaggio rispetto agli altri paesi europei per quanto riguarda l’esposizione debitoria che è di oltre 30 punti percentuali inferiore alla media Ue in rapporto al Pil. Migliore risulta anche la situazione finanziaria delle famiglie italiane rispetto alla Ue, con una ricchezza netta pari a circa il doppio del Pil, meglio del Regno Unito e dei Paesi Bassi.
In aumento la pressione fiscale
La pressione fiscale in Italia è salita al 43,2% aumentando di tre decimi di punto rispetto all’anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l’anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). “Caso unico” tra le grandi economie, sottolinea l’istituto nazionale di statistica, nel bel Paese risultano in forte crescita le imposte in conto capitale (per quasi 12 miliardi di euro), sospinte da circa 5 miliardi di euro per il cosiddetto “scudo fiscale” e dal versamento una tantum per l’imposta sostitutiva di alcuni tributi. È invece calato del 4,2% il gettito delle imposte indirette (già diminuito del 4,9% nel 2008), del 7,1% quellodelle imposte dirette e dello 0,5% quello dei contributi sociali effettivi.
L’Italia un Paese che invecchia
E’ il secondo paese più anziano in Europa dopo la Germania. Secondo l’Istat nell’arco dei prossimi quarant’anni la speranza di vita per gli uomini potrebbe aumentare fino a superare gli 84 anni, per le donne gli 89 mentre il numero dei giovani fino a 14 anni potrebbe ridursi a 7,9 milioni, pari al 12,9 per cento della popolazione. Gli indicatori strutturali e di carico demografico, stimati per l’anno preso in considerazione, confermano, “un quadro di forte invecchiamento della popolazione residente” (le persone di 65 anni e più rappresentato il 20,2% della popolazione); una crescita complessiva della popolazione del 5,7 per mille (si superano i 60 anni milioni di residenti solo grazie all’opporto della popolazione straniera) ed un livello di fecondità (numero medio di figli per donna pari a 1,41) che, seppur in ripresa dagli anni novanta, ancora non consente di mantenere almeno costante la cosistenza demografica . Forte è lo squilibrio generazionale: il rapporto di dipendenza tra le persone in età inattiva (0-14 anni e 65 anni e più) e la popolazione che “teoricamente” si fa carico di sostenerle economicamente (15-64 anni) è passato dal 48 al 52 per cento in dieci anni, causa del peso crescente delle persone anziane ( da 27 ogni 100 in età attiva nel 2000 a 31 nel 2009).
La formazione, un capitolo pieno carenze
Non si riesce ad incidere nell’inclusione sociale; sul conseguimento dei titoli superiori cintinua a pesare una “forte disuguaglianza” legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti. Ciò – ritiene l’Istat – blocca la mobilità sociale. Un esempio. Nel periodo 2004-2009 la quota di lavoratori diplomati passa dal 44,5% al 46,6% e quella dei laureati dal 14% al 17,2% ma “l’incidenza delle professioni qualificati e tecniche rimane sostanzialmente stabile acuendo il divario fra domanda ed offerta di lavoro degli occupati (72,4%) svolgono una professione adeguata al livello d’istruzione degli italiani sono “critici”. Nel 2009, circa il 10% ha solo la licenza elementare o nessun titolo, il 36,6% la licenza media, il 40% il diploma e il 12,8% la laurea. Il 7,7% degli iscritti alle scuole superiori nel 2008-2009 ha ripetuto l’anno; il 12,2% degli iscritti al primo anno abbandona il percorso di studi, il 3,4% lascia al secondo anno. Nel Mezzogiorno sono del 14,1% e 3,8%.